Dopo la pausa estiva, eccovi finalmente una nuova fantastica recensione su uno dei film italiani che più ha fatto parlare di se al Festival di Venezia. Si tratta di Pranzo di Ferragosto, prima opera di Gianni Di Gregorio alla regia. E' la storia di un uomo di mezza età, Gianni, che vive nel centro di Roma con la madre -nobildonna decaduta, svampita e capricciosa- e che ha come unica occupazione nella vita prendersi cura di lei. Ricoperto dai debiti, accetta di accudire la madre dell'amministratore del condominio, in cambio della cancellazione di tutte le rette condominiali non pagate; questi alla vigilia di Ferragosto si presenta a casa di Gianni oltre che con la madre, con la zia, che verrà accettata in casa in cambio di denaro. Anche l'amico medico di Gianni, dopo averlo visitato gratuitamente, gli chiede il favore di tenere con lui la madre per Ferragosto. La storia va avanti tra le varie situazioni comiche create dalla convivenza delle quattro vecchiette con Gianni. Nell'intento del regista la comicità delle situazioni dovrebbe indurre a importanti riflessioni sulla senilità, ma non ci riesce quasi per nulla: rimane solo la parte comica la quale, però, non essendo pensata come fine a se stessa (anche se, nei fatti, lo è) è scarna, e di certo non esilarante. Rimane una bella idea (mal realizzata) e un film carino, ma nulla di più.
Ogni tanto i compleanni di mia sorella si rivelano delle risorse anche per me: ha ricevuto in regalo, tra le altre cose, un dvd: "Le coseguenze dell'Amore", il secondo film di Paolo Sorrentino. Non ho perso tempo a vedermelo, nella speranza che fosse un bel film, soprattutto dopo l'ottima impressione che ho avuto de "Il Divo" (l'ultima opera di Sorrentino): non ne sono rimasto deluso. E' la storia di un tal Titta de Girolamo, uomo apparentemente facoltoso, che passa il suo tempo a commentare la vita che gli scorre d'avanti, seduto nella hall dell'albergo in cui vive da quasi dieci anni, in un grigiore assoluto. Titta nasconde un mistero quindi, che verrà svelato solo alla fine. Non si tratta solo di un giallo, ma anche di una importante riflessione sulla varia umanità cui lo spettatore è indotto dal monologo interiore di Titta il quale guarda da spettatore la varia umanità che lo circonda: la donna delle pulizie, la coppia di vecchi nobili decaduti, la barista; proprio di lei che lui si innamora: l'amore infatti sarà l'elemento che aprirà la gabbia in cui è costretto a vivere per il suo inconfessabile segreto, e quasi prevedendolo ne prende nota mentre spia la ragazza che si cambia prima di andar via: "progetti per il futuro: non sottovalutare le conseuenze dell'amore". Insomma un film da vedere, non un capolavoro, ma da vedere. Fa piacere poi che nel panorama del cinema italiano tornino a farsi notare registi che hanno uno stile riconoscibile del tutto personale e originale, come quello di Sorrentino; fa altrettanto piacere che, in un periodo in cui scarseggiano i film tra i cui titoli di testa si possa leggere "scritto e diretto da...", ci sia un regista che scrive la sceneggiatura di tutti i suoi film; ne sono la conferma tutti i più premiati film italiani di quest'anno: fatta eccezione per "Il Divo", "Gomorra", "La ragazza del Lago", "Caos Calmo", sono tutti tratti da romanzi.
L'Arena Quattro Palme è bella e ti diverti a guardare fra i balconi. Il biglietto costa poco e le poltrone sono carine, forse un po' scomode. Il film era orribile, mi sento responsabile nei confronti di chi era con me.
Lo scafandro e la farfalla di J.Schnabel è un film pluripremiato e altrettanto pluribanale. Sì, da molti punti di vista: la trama, la pretesa letteraria, i dialoghi, persino la fotografia. Fa leva, in maniera non pulita e scorretta, sulle emozioni: la paura della morte o ancor peggio di una malattia molto grave. è la storia di un uomo paralizzato a seguito di un ictus che può muovere solo la palpebra. Una vicenda che non può che toccare le corde più sensibili ma che sfrutta la capacità di empatia dello spettatore. Mi chiedo come abbia fatto ad ottenere un così grande consenso di critica, considero che sia un film da non consigliare assolutamente.
La prossima volta, come giustamente ha detto Stefania, leggerò la trama prima di andare a vedere un film.. :(
Ieri (domenica 29 giugno) abbiamo chiuso una stagione ricca di successi del cineclub con al proiezione di Mulholland Drive. Le proiezioni riprenderanno dopo l'estate, ma, per festeggiare la fine della rassegna appena conclusa, ci sara una festa in cui premieremo il miglior film e il miglior ciclo di quest'anno; con questo proprosito sulla home page di questo blog compariranno a breve, se non ci sono già, due sondaggi nei quali potrete votare rispettivamente i cicli e i film che più vi sono piaciuti durante quest'anno, i più votati verranno premiati. La festa dovrebbe tenersi domenica prossma (6 luglio), ma presto avrete conferma e informazioni più precise. Votate!
La rosa purpurea del Cairo(The Purple Rose of Cairo) USA1985 di Woody Allen
“Templi per chi ha paura della vita”, così alcuni anni fa lo scrittore premio nobel svedese Harry Martison definiva le sale cinematografiche. Woody Allen la pensa allo stesso modo; lo si evince chiaramente dal suo tredicesimo lungometraggio (il secondo - dopo Interiors - senza Allen nelle vesti anche di attore). Un film in cui il cineasta americano affronta apertamente uno dei temi che più lo ossessionano e che più ricorre nella sua filmografia: il rapporto tra la realtà e la finzione, tra l’arte e la vita. Le note di "Cheek to cheek" (di Irving Berling) sui titoli di testa introducono il discorso già prima delle immagini iniziali: un classico manifesto pubblicitario di un classico film “di evasione”, La rosa purpurea del Cairo, e il volto di Cecilia (una dolcissima Mia Farrow) che lo guarda incantata. Il film è ambientato negli anni ’30 americani; la periferia urbana al tempo della grande depressione e gli stessi personaggi che la abitano (il marito di Cecilia ed i suoi amici in particolare) rievocano atmosfere chapliniane. Allen sceglie di raccontare la storia in quegli anni per evidenziare ancora di più la differenza che c’è tra la realtà del cinema (le “commedie allo champagne” tanto amate da Cecilia, piene di gente romantica sempre in smoking che vive tra attici lussuosi e grandi locali notturni e che beve sempre champagne, insomma il cinema della così detta “età dell’oro”) e la realtàdella vita (il lavoro, il denaro, il marito infedele e disoccupato, la solitudine, etc...). Cecilia, una donna sposata, costretta a mantenere un marito disoccupato ed infedele, che si rifugia quotidianamente in un cinema a rivedere sempre lo stesso film per fuggire dalla sua triste realtà. Finché un bel giorno, il personaggio (Tom Baxter) del film esce dallo schermo perché innamorato di lei e lei sarà costretta a scegliere tra la finzione (Tom Baxter appunto) e la realtà (Gil Sheperd, l’attore che quel Tom Baxter interpreta e che come quest’ultimo entra nella vita della donna). Nel personaggio di Cecilia si ritrova lo stesso Allen che fin da piccolo si recava al cinema per evadere momentaneamente dalla realtà e da tutti i problemi che questa si porta inevitabilmente dietro. Cecilia è inoltre l’evoluzione del classico personaggio dei primi film di Allen, l’everyman, il perdente, “colpevole della propria inadeguatezza di fronte all’immensità dell’universo”. Quello che distingue Cecilia da tutti i suoi possibili modelli (reali) è la sua purezza, caratteristica anche del personaggio che esce dallo schermo. Entrambi, l’una personaggio del film, l’altro del film nel film sono “cinema”, per cui finzione. Ed è questo che rende possibile quella purezza che nella realtà non esiste. È un film destinato a farci riflettere sulla funzione del cinema, più in generale, sulla funzione dell’arte. Il cinema solo come forma di divertimento? Una fuga dalla realtà quotidiana? Esprimendo, attraverso Cecilia, il suo grande amore per la settima arte, Allen ci invita a riflettere sull’importanza che ha l’immagine nella società contemporanea, sulla forza evocativa e trasformativa del cinema. L’arte è finzione, è falsificazione, da un lato. Ma dall’altro l’arte è trasformazione, l’arte è creazione, l’arte è libertà. Il film sembra terminare allo stesso modo in cui è iniziato, ma la struttura ad anello è soltanto apparente. Non credo che nulla sia cambiato nella vita di Cecilia. In primo luogo lei ha vissuto nuove, intense esperienze, che l’hanno fatta maturare (nulla ci dice che tornerà dal marito che finalmente è riuscita a lasciare); in secondo luogo, sotto l’aspetto simbolico, Cecilia porta con se due cose: la valigia (la sua storia) e l’ukulele (la sua arte). Dunque Woody Allen, per quanto non dica esplicitamente come andrà a finire la storia, sembra volerci segnalare un cambiamento, un’evoluzione del personaggio di Cecilia, che d’ora in avanti riuscirà a conciliare l’arte con la vita e a saperne cogliere certi aspetti che prima ignorava. Il cinema non è più qualcosa di separato e lontano in cui fuggire per ripararsi dalla realtà, ma appartiene alla vita reale e si fonde con essa.
Gomorra è un film essenziale, crudo, quasi un documentario; ma un documentario in effetti, non potrebbe mai esserlo: mai la telecamera di un reporter potrebbe addentrarsi nell'inferno di Scampia come riescono Garrone (regista) e Saviano (autore del libro omonimo da cui il film è tratto). L'orrore, il forte senso di repulsione e l'angoscia che accompagnano lo spettatore per tutta la durata del film non sono effetto del gusto per il macabro, ma di una descrizione della realtà profonda e senza sconti, che non ci risparmia nulla, nemmeno tutto quello che abbiamo sempre preferito non vedere. Nulla a che vedere con le fiction di mafia che infestano i palinsesti televisivi e che nascondono dietro l'impegno civile nient'altro che il protagonismo mafioso (che fa ascolti): la violenza di Gomorra non consiste nella cruenza delle sparatorie e delle esecuzioni (alle quali per altro lo spettatore è preparato quando entra in sala) ma nella perversione che caratterizza il mondo della Camaorra che in parallelo con il mondo emerso ha un suo perverso codice morale e un suo Stato, che offre addirittura un sistema di formazione per i più giovani: la "maturità" consiste nel farsi sparare con un giubbotto anti-proiettile addosso senza aver paura. Nonostante si tratti di un film quasi documentaristico, paradossalmente Gomorra ricorda Salò o le 120 Giornate di Sodoma di Pasolini (film carico di citazioni letterarie), nel descriverci una comunità nascosta e perversa, nell'atmosfera cupa e oppresiva; certo vanno fatte le dovute differenze, proprio perchè quasi documentaristico Gomorra è un film molto meno cruento, i temi e le ambientazioni sono molto diversi ma il fine è lo stesso: smuovere il benpensate borghese dalle sue false certezze "costringendolo" ad alzare il tappeto, a vedere il marcio; la pellicola infatti non lascia respiro, non si hanno vie di fuga, si è quasi bombardati dalla cruda realtà e non le si riesce a sfuggire.
Quattro vicende si intrecciano nel film:
Quella di Totò, un ragazzino che non vede l'ora di diventare uno di quelli che contano e presto sarà costretto a dimostrare di esserne degno schierandosi nella "secessione" all'interno della sua cosca. In questa vicenda si distingue anche il personaggio di Don Ciro, un pavido porta-soldi che cerca sino all'ultimo di barcamenarsi tra le due opposte fazioni per salvare la pelle;
Quella di Marco e Ciro, che sottratto un arsenale di armi decidono di "mettersi in proprio", mettendosi contro il capo della loro cosca;
Quella di Roberto (unico personaggio positivo del film) che lavora con un camorrista (Servillo) che smaltisce rifiuti tossici abusivamente, ma che alla fine decide di non acettare più il compromesso con la propria coscenza e lascia il lavoro.
Quella di un sarto, che lavora in un laborartorio clandestino gestito dalla Camorra che produce abiti pregiati (vanno a finire addosso alle star di Holliwood) e rischia la vita per aver concesso lezioni notturne di sartoria alla concorrenza cinese.
Meritato anche per Gomorra, come per il Divo, il premio speciale della giuria a Cannes: quest'anno possiamo andar fieri del cinema italiano.
Filippo
P.S. vi ho messo anche il trailer non fate che non lo guardate!