martedì 17 giugno 2008

CINEMA ALLO SPECCHIO (II): LA ROSA PURPUREA DEL CAIRO

La rosa purpurea del Cairo (The Purple Rose of Cairo)
USA 1985
di Woody Allen ­­

“Templi per chi ha paura della vita”, così alcuni anni fa lo scrittore premio nobel svedese Harry Martison definiva le sale cinematografiche. Woody Allen la pensa allo stesso modo; lo si evince chiaramente dal suo tredicesimo lungometraggio (il secondo - dopo Interiors - senza Allen nelle vesti anche di attore). Un film in cui il cineasta americano affronta apertamente uno dei temi che più lo ossessionano e che più ricorre nella sua filmografia: il rapporto tra la realtà e la finzione, tra l’arte e la vita.
Le note di "Cheek to cheek" (di Irving Berling) sui titoli di testa introducono il discorso già prima delle immagini iniziali: un classico manifesto pubblicitario di un classico film “di evasione”, La rosa purpurea del Cairo, e il volto di Cecilia (una dolcissima Mia Farrow) che lo guarda incantata.
Il film è ambientato negli anni ’30 americani; la periferia urbana al tempo della grande depressione e gli stessi personaggi che la abitano (il marito di Cecilia ed i suoi amici in particolare) rievocano atmosfere chapliniane. Allen sceglie di raccontare la storia in quegli anni per evidenziare ancora di più la differenza che c’è tra la realtà del cinema (le “commedie allo champagne” tanto amate da Cecilia, piene di gente romantica sempre in smoking che vive tra attici lussuosi e grandi locali notturni e che beve sempre champagne, insomma il cinema della così detta “età dell’oro”) e la realtà della vita (il lavoro, il denaro, il marito infedele e disoccupato, la solitudine, etc...).
Cecilia, una donna sposata, costretta a mantenere un marito disoccupato ed infedele, che si rifugia quotidianamente in un cinema a rivedere sempre lo stesso film per fuggire dalla sua triste realtà. Finché un bel giorno, il personaggio (Tom Baxter) del film esce dallo schermo perché innamorato di lei e lei sarà costretta a scegliere tra la finzione (Tom Baxter appunto) e la realtà (Gil Sheperd, l’attore che quel Tom Baxter interpreta e che come quest’ultimo entra nella vita della donna).
Nel personaggio di Cecilia si ritrova lo stesso Allen che fin da piccolo si recava al cinema per evadere momentaneamente dalla realtà e da tutti i problemi che questa si porta inevitabilmente dietro. Cecilia è inoltre l’evoluzione del classico personaggio dei primi film di Allen, l’everyman, il perdente, “colpevole della propria inadeguatezza di fronte all’immensità dell’universo”. Quello che distingue Cecilia da tutti i suoi possibili modelli (reali) è la sua purezza, caratteristica anche del personaggio che esce dallo schermo. Entrambi, l’una personaggio del film, l’altro del film nel film sono “cinema”, per cui finzione. Ed è questo che rende possibile quella purezza che nella realtà non esiste.
È un film destinato a farci riflettere sulla funzione del cinema, più in generale, sulla funzione dell’arte. Il cinema solo come forma di divertimento? Una fuga dalla realtà quotidiana? Esprimendo, attraverso Cecilia, il suo grande amore per la settima arte, Allen ci invita a riflettere sull’importanza che ha l’immagine nella società contemporanea, sulla forza evocativa e trasformativa del cinema. L’arte è finzione, è falsificazione, da un lato. Ma dall’altro l’arte è trasformazione, l’arte è creazione, l’arte è libertà.
Il film sembra terminare allo stesso modo in cui è iniziato, ma la struttura ad anello è soltanto apparente. Non credo che nulla sia cambiato nella vita di Cecilia. In primo luogo lei ha vissuto nuove, intense esperienze, che l’hanno fatta maturare (nulla ci dice che tornerà dal marito che finalmente è riuscita a lasciare); in secondo luogo, sotto l’aspetto simbolico, Cecilia porta con se due cose: la valigia (la sua storia) e l’ukulele (la sua arte). Dunque Woody Allen, per quanto non dica esplicitamente come andrà a finire la storia, sembra volerci segnalare un cambiamento, un’evoluzione del personaggio di Cecilia, che d’ora in avanti riuscirà a conciliare l’arte con la vita e a saperne cogliere certi aspetti che prima ignorava. Il cinema non è più qualcosa di separato e lontano in cui fuggire per ripararsi dalla realtà, ma appartiene alla vita reale e si fonde con essa.


TheLizard

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