L'Arena Quattro Palme è bella e ti diverti a guardare fra i balconi. Il biglietto costa poco e le poltrone sono carine, forse un po' scomode.
Il film era orribile, mi sento responsabile nei confronti di chi era con me.
Lo scafandro e la farfalla di J.Schnabel è un film pluripremiato e altrettanto pluribanale. Sì, da molti punti di vista: la trama, la pretesa letteraria, i dialoghi, persino la fotografia. Fa leva, in maniera non pulita e scorretta, sulle emozioni: la paura della morte o ancor peggio di una malattia molto grave.
è la storia di un uomo paralizzato a seguito di un ictus che può muovere solo la palpebra. Una vicenda che non può che toccare le corde più sensibili ma che sfrutta la capacità di empatia dello spettatore. Mi chiedo come abbia fatto ad ottenere un così grande consenso di critica, considero che sia un film da non consigliare assolutamente.
La prossima volta, come giustamente ha detto Stefania, leggerò la trama prima di andare a vedere un film.. :(
Gabriella
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2 commenti:
va bè dai non ci hai mica obbligato a venire!
per quanto riguarda il flm, neanche a me è piaciuto molto.
Si fa leva sulla pietà per il personaggio, ma a fare pietà per davvero è la tesi di fondo del film, secondo la quale la paralisi totale è un dramma non tanto dramma perchè si può sfuggire alla propria condizione "con la memoria e la fantasia". Pietosa e banale è anche la pretesa di far vedere allo spettatore il mondo attraverso gli occhi del protagonista (il paralizzato). MyMovies attribuisce quattro stelle al film e afferma nella parte conclusiva di una recensione entusiasta: "Schnabel e Amalric riescono a non fare retorica e al contempo a commuovere profondamente liberandosi dal falso pietismo che spesso accompagna queste storie 'vere'".
Ricorda una canzone di Venditti che diceva:
"Il film era molto brutto/ ma degno di tre pallini/ segno indiscutibile di una stampa libera/ ed obbiettiva..."
Allora dico la mia perchè come ha detto gabri nell'intervento che condivido una volta attestata la vaghezza se non proprio la vacuità del film in questione occorre interrogarsi sulle ragioni di un successo. Successo che viene tributato da un vasto filone della critica francese e da quel popolo di frequentatori del cinema che fronteggia e avversa i cinecocomeri vanziniani. Successo che non è solo filmico ma anche letterario: pullulano le librerie di questi cahier de doleances scaturiti da un tumore, da un incidente, da un morbo incurabile. L'antecedente è un filone di letteratura formalista anni cinquanta americana che ribaltava la malattia in processo di pulizia, mondazione igenica e sterilizzata della realtà. Mi spiego partendo proprio dal film: il protagonista è uno che si è fatto pochi problemi con la vita, con disinvoltura svolazza dallo studio di moda dove lavora alla villetta in campagna dove l'attende una famigliola simil-mulinobianco fino alla camera da letto dell'amante. Il tutto con la leggerezza della farfalla appunto. Poi lo scafandro paralizzante e la grande occasione: il libertino diventa santo discetta di religione letteratura e filosofia e con altrettanta disinvoltura se prima chiedeva ammiccante al figlio nuove sul suo sviluppo sessuale ora si strugge nel cercare una improbabile ispirazione poetica fatta di "crini lanuginosi" e "pulviscoli lattiginosi" giusto per sparare due formule del suo progetto editoriale in cantiere. Per poi arrivare al gran finale: la moglie che fa da interprete al dialogo amoroso fra l'amante di lui e suo marito. Gioco forza la storia non tiene proprio: è come se dicesse che basta un accidente, un pizzico di poesia e un po' di occhi inumiditi per riscrivere l'esistenza di una persona. La malattia cioè diventa il tuo terno a lotto e non una vera condizione di alterità, nè tanto meno a una strumento di indagine della realtà che ti circonda. E qui penso al tema della malattia come proposto in apertura dello scorso secolo da romanzieri come Svevo o Mann. Niente di tutto questo. Rimane soltanto la recensione entusiasta della critica al libro pubblicato dal nostro novello redento riferita prontamente dalla moglie-angelo del focolare prima che il nostro si spenga. Operazione troppo furba e ammiccante ad un abuso del buoncuore di ognuno in tempi dove non sembra esserci rimasto molto altro da dire o pensare.
Silente e scosso il critico si alza, sorride e dice saputo: "Così è la vita!". Mette quattro pallini e lo consiglia agli amici spacciando tutto con massima profondità.
Secondo me non si è fatto male ad andare, documentarsi viene prima di tutto:)
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