lunedì 30 giugno 2008

FESTA DI FINE STAGIONE DEL CINECLUB

Ieri (domenica 29 giugno) abbiamo chiuso una stagione ricca di successi del cineclub con al proiezione di Mulholland Drive. Le proiezioni riprenderanno dopo l'estate, ma, per festeggiare la fine della rassegna appena conclusa, ci sara una festa in cui premieremo il miglior film e il miglior ciclo di quest'anno; con questo proprosito sulla home page di questo blog compariranno a breve, se non ci sono già, due sondaggi nei quali potrete votare rispettivamente i cicli e i film che più vi sono piaciuti durante quest'anno, i più votati verranno premiati.
La festa dovrebbe tenersi domenica prossma (6 luglio), ma presto avrete conferma e informazioni più precise.
Votate!

martedì 17 giugno 2008

CINEMA ALLO SPECCHIO (II): LA ROSA PURPUREA DEL CAIRO

La rosa purpurea del Cairo (The Purple Rose of Cairo)
USA 1985
di Woody Allen ­­

“Templi per chi ha paura della vita”, così alcuni anni fa lo scrittore premio nobel svedese Harry Martison definiva le sale cinematografiche. Woody Allen la pensa allo stesso modo; lo si evince chiaramente dal suo tredicesimo lungometraggio (il secondo - dopo Interiors - senza Allen nelle vesti anche di attore). Un film in cui il cineasta americano affronta apertamente uno dei temi che più lo ossessionano e che più ricorre nella sua filmografia: il rapporto tra la realtà e la finzione, tra l’arte e la vita.
Le note di "Cheek to cheek" (di Irving Berling) sui titoli di testa introducono il discorso già prima delle immagini iniziali: un classico manifesto pubblicitario di un classico film “di evasione”, La rosa purpurea del Cairo, e il volto di Cecilia (una dolcissima Mia Farrow) che lo guarda incantata.
Il film è ambientato negli anni ’30 americani; la periferia urbana al tempo della grande depressione e gli stessi personaggi che la abitano (il marito di Cecilia ed i suoi amici in particolare) rievocano atmosfere chapliniane. Allen sceglie di raccontare la storia in quegli anni per evidenziare ancora di più la differenza che c’è tra la realtà del cinema (le “commedie allo champagne” tanto amate da Cecilia, piene di gente romantica sempre in smoking che vive tra attici lussuosi e grandi locali notturni e che beve sempre champagne, insomma il cinema della così detta “età dell’oro”) e la realtà della vita (il lavoro, il denaro, il marito infedele e disoccupato, la solitudine, etc...).
Cecilia, una donna sposata, costretta a mantenere un marito disoccupato ed infedele, che si rifugia quotidianamente in un cinema a rivedere sempre lo stesso film per fuggire dalla sua triste realtà. Finché un bel giorno, il personaggio (Tom Baxter) del film esce dallo schermo perché innamorato di lei e lei sarà costretta a scegliere tra la finzione (Tom Baxter appunto) e la realtà (Gil Sheperd, l’attore che quel Tom Baxter interpreta e che come quest’ultimo entra nella vita della donna).
Nel personaggio di Cecilia si ritrova lo stesso Allen che fin da piccolo si recava al cinema per evadere momentaneamente dalla realtà e da tutti i problemi che questa si porta inevitabilmente dietro. Cecilia è inoltre l’evoluzione del classico personaggio dei primi film di Allen, l’everyman, il perdente, “colpevole della propria inadeguatezza di fronte all’immensità dell’universo”. Quello che distingue Cecilia da tutti i suoi possibili modelli (reali) è la sua purezza, caratteristica anche del personaggio che esce dallo schermo. Entrambi, l’una personaggio del film, l’altro del film nel film sono “cinema”, per cui finzione. Ed è questo che rende possibile quella purezza che nella realtà non esiste.
È un film destinato a farci riflettere sulla funzione del cinema, più in generale, sulla funzione dell’arte. Il cinema solo come forma di divertimento? Una fuga dalla realtà quotidiana? Esprimendo, attraverso Cecilia, il suo grande amore per la settima arte, Allen ci invita a riflettere sull’importanza che ha l’immagine nella società contemporanea, sulla forza evocativa e trasformativa del cinema. L’arte è finzione, è falsificazione, da un lato. Ma dall’altro l’arte è trasformazione, l’arte è creazione, l’arte è libertà.
Il film sembra terminare allo stesso modo in cui è iniziato, ma la struttura ad anello è soltanto apparente. Non credo che nulla sia cambiato nella vita di Cecilia. In primo luogo lei ha vissuto nuove, intense esperienze, che l’hanno fatta maturare (nulla ci dice che tornerà dal marito che finalmente è riuscita a lasciare); in secondo luogo, sotto l’aspetto simbolico, Cecilia porta con se due cose: la valigia (la sua storia) e l’ukulele (la sua arte). Dunque Woody Allen, per quanto non dica esplicitamente come andrà a finire la storia, sembra volerci segnalare un cambiamento, un’evoluzione del personaggio di Cecilia, che d’ora in avanti riuscirà a conciliare l’arte con la vita e a saperne cogliere certi aspetti che prima ignorava. Il cinema non è più qualcosa di separato e lontano in cui fuggire per ripararsi dalla realtà, ma appartiene alla vita reale e si fonde con essa.


TheLizard

GOMORRA

Gomorra è un film essenziale, crudo, quasi un documentario; ma un documentario in effetti, non potrebbe mai esserlo: mai la telecamera di un reporter potrebbe addentrarsi nell'inferno di Scampia come riescono Garrone (regista) e Saviano (autore del libro omonimo da cui il film è tratto).
L'orrore, il forte senso di repulsione e l'angoscia che accompagnano lo spettatore per tutta la durata del film non sono effetto del gusto per il macabro, ma di una descrizione della realtà profonda e senza sconti, che non ci risparmia nulla, nemmeno tutto quello che abbiamo sempre preferito non vedere.
Nulla a che vedere con le fiction di mafia che infestano i palinsesti televisivi e che nascondono dietro l'impegno civile nient'altro che il protagonismo mafioso (che fa ascolti): la violenza di Gomorra non consiste nella cruenza delle sparatorie e delle esecuzioni (alle quali per altro lo spettatore è preparato quando entra in sala) ma nella perversione che caratterizza il mondo della Camaorra che in parallelo con il mondo emerso ha un suo perverso codice morale e un suo Stato, che offre addirittura un sistema di formazione per i più giovani: la "maturità" consiste nel farsi sparare con un giubbotto anti-proiettile addosso senza aver paura.
Nonostante si tratti di un film quasi documentaristico, paradossalmente Gomorra ricorda Salò o le 120 Giornate di Sodoma di Pasolini (film carico di citazioni letterarie), nel descriverci una comunità nascosta e perversa, nell'atmosfera cupa e oppresiva; certo vanno fatte le dovute differenze, proprio perchè quasi documentaristico Gomorra è un film molto meno cruento, i temi e le ambientazioni sono molto diversi ma il fine è lo stesso: smuovere il benpensate borghese dalle sue false certezze "costringendolo" ad alzare il tappeto, a vedere il marcio; la pellicola infatti non lascia respiro, non si hanno vie di fuga, si è quasi bombardati dalla cruda realtà e non le si riesce a sfuggire.

Quattro vicende si intrecciano nel film:

Quella di Totò, un ragazzino che non vede l'ora di diventare uno di quelli che contano e presto sarà costretto a dimostrare di esserne degno schierandosi nella "secessione" all'interno della sua cosca. In questa vicenda si distingue anche il personaggio di Don Ciro, un pavido porta-soldi che cerca sino all'ultimo di barcamenarsi tra le due opposte fazioni per salvare la pelle;

Quella di Marco e Ciro, che sottratto un arsenale di armi decidono di "mettersi in proprio", mettendosi contro il capo della loro cosca;

Quella di Roberto (unico personaggio positivo del film) che lavora con un camorrista (Servillo) che smaltisce rifiuti tossici abusivamente, ma che alla fine decide di non acettare più il compromesso con la propria coscenza e lascia il lavoro.

Quella di un sarto, che lavora in un laborartorio clandestino gestito dalla Camorra che produce abiti pregiati (vanno a finire addosso alle star di Holliwood) e rischia la vita per aver concesso lezioni notturne di sartoria alla concorrenza cinese.

Meritato anche per Gomorra, come per il Divo, il premio speciale della giuria a Cannes: quest'anno possiamo andar fieri del cinema italiano.


Filippo

P.S. vi ho messo anche il trailer non fate che non lo guardate!

domenica 15 giugno 2008

La ragazza del lago

Il mio commento a caldo a questo pluriosannato film è senz'altro: "è triste". Mentre le immagini scorrono lo penso più volte. E non a partire dall' assassinio della ragazza, bensì dall'inquadratura iniziale che raffigura una bambina con le trecce con uno zainetto che cammina in una strada vuota. Alla tristezza imperante del film fa da cornice il meraviglioso verde del paesaggio, la calma del lago, il silenzio pesante del paesaggio.
Ho appena letto su mymovies una recensione entusiasta del film, che è definito "capace di cogliere le dinamiche eterne dei rapporti umani".
Mah. Le dinamiche eterne dei rapporti umani non sono necessariamente quelle di un padre che omette il soccorso al figlioletto iperattivo, quelle di una madre che diventa pazza e disconosce figlia e marito a seguito di una malattia, di un altro padre che odia il figlio autistico. Nei film apprezzo lo studio della follia, dei percorsi nell'inconscio, ma questo le schiaccia al fondo del lago, le comprime e le semplifica, allontanandole dalla realtà.
Forse è colpa della sceneggiatura che non riesce ad essere unitaria e si sfalda qua e là, o forse è proprio l'intento del film quello di rappresentare la destrutturazione del reale e della narrabilità (alla Gadda). Penso a Volver, altro film sulla pazzia, che rappresenta come La ragazza del lago storie di follìa che si ripetono. Nell'opera di Almodovar c'è costruttività, c'è chi prende in mano la propria vita e si apre alla follìa superandola. Il film di Molaioli invece pare una di quelle tante storie di cronaca che ci raccontano i giornali, che ti lasciano quella sensazione di non-vita, di tristezza. Certo gli attori sono bravi e c'è un che di originalità nella scenografia e nel titolo.. ma non mi è piaciuto.

Gabriella

martedì 10 giugno 2008

CINEMA ALLO SPECCHIO (I): EFFETTO NOTTE

Effetto notte (La nuit américaine)
Francia-Italia 1973
di
François Truffaut


Un film nel film.
A Nizza, negli stabilimenti di La
Vittorine, il regista Ferrand (non a caso interpretato dallo stesso Truffaut) gira Je vous présent Pamela
. Dal primo all'ultimo giorno di riprese i problemi produttivi si mescolano con le storie private e le fragilità psicologiche dei diversi membri della troupe.

Il cinema in un film.
Se nei precedenti 12 film del cineasta francese il suo profondo, immenso amore per la settima arte (che coincide con il suo amore per la vita) era
soltanto
percepibile, in Effetto notte viene dichiarato (urlato) pubblicamente. Citazioni, autocitazioni, allusioni non si contano. Buñuel, Bergman, Godard, Rossellini, Fellini, Bresson, Hawks, Hitchcock, Welles sono solo alcuni dei grandi maestri rievocati nel/dal film. Ma naturalmente, Effetto notte non può essere ridotto ad un campionario di citazioni o di riferimenti incrociati tra i film che hanno segnato la vita e la passione di Truffaut e quelli che lui stesso ha realizzato. Effetto notte mira a ricostruire quel rapporto fra cinema e spettatore che aveva caratterizzato il tanto rimpianto cinema americano classico: la morte di uno dei personaggi (Alexandre) ha un’importante valenza simbolica in quanto testimonia la presa di coscienza della fine di quel tipo di cinema. Effetto notte intende restituire allo spettatore la possibilità di scivolare dentro l’illusione; illusione che definirei consapevole poiché nel momento stesso in cui crediamo a ciò che vediamo (una troupe che sta girando un film) stiamo di nuovo subendo il fascino del cinema.

La vita nel cinema.
“I film sono più armoniosi della vita, non ci sono intoppi nei film, non ci sono rallentamenti, i film vanno avanti come i treni nella notte” dice
Ferrand/Truffaut ad un certo punto della storia. Nemmeno la morte di un attore riesce a fermare un film, la realtà del film è perfetta agli occhi dello spettatore e si distingue proprio in questo dalla realtà della vita, piena di problemi, intoppi, rallentamenti. Ma allo stesso tempo la realtà del cinema si nutre della realtà della vita, senza di questa non sarebbe nulla. Truffaut, insomma, sembra ripeterci quello che sosteneva un suo caro amico: “Il cinema è la vita, con le parti noiose tagliate” (Hitchcock).

Cinema allo specchio. Atto I.
Quando penso al cinema penso prima di tutto a questo film. Truffaut ci ha regalato un affresco del cinema (in particolare del suo
cinema) senza precedenti. Spero che la pellicola vi abbia aiutato a riflettere su cosa sia effettivamente il cinema.
Il prossimo film (
La rosa purpurea del Cairo
di Woody Allen) ci aiuterà a riflettere in maniera più approfondita sul rapporto realtà/finzione presente nel cinema.



TheLizard

lunedì 9 giugno 2008

Ipotesi di recensione su "Il Divo"


Probabilmente stiamo assistendo ad un passaggio epocale e non ce ne stiamo accorgendo: i nostri figli infatti potrebbero trovarsi tra un po' di tempo a maneggiare come reliquie di cultura alternativa (probabilmente basta anche dire solo cultura), Il Caimano, La Banda della Magliana, Buongiornonotte, Gomorra fino al Divo di Sorrentino "palmato"Cannes,2008 .
Ora devo dirvi a me ha fatto un po' strano il paragone Toni Servillo- Gian Maria Volontè, ma l'ipotesi ha un controcanto quasi allettante; pensare che il cinema parli il lessico di un ritorno alla politica e alla "pesantezza" della denuncia sociale contro l'insostenibile - a tratti- leggerezza di troppe pellicole nostrane(i vari fictionattori buoni per il cinema da telefonino), mi sembra una novità da non sottovalutare.
Innanzitutto inizio mozzafiato: didascalie di presentazione della corrente andreottiana con didascalie alla Sergio Leone(mitiche!!!), montaggio alternato su scene d'azione con movimenti della macchina da presa arditissimi, della serie certe cose non le sanno fare solo gli americani, ma soprattutto della serie non devi andare a vedere per forza Indiana Jones o Iron Man per non avere sempre la sensazione di stare seduto in un cinema.
Il film si presenta alla grande e regge, sopportato da un vigoroso impianto didascalico, il peso di una trama a frangenti difficile nella ricostruzione (sicuramente da rivedere con un esperto di storia della prima repubblica), si sviluppa poi bene e chiude non col botto...ma che ci possiamo fare la storia è andata così!
Più che fissarsi sulla trama ha valore a mio avviso valutare il taglio dato alla figura di Andreotti a metà strada fra biografia intimistica e cronaca, fra macrostoria e microstoria, fra aspirine per emicranie e pallottole per giornalisti. Il divo Giulio gioca la sua partita per il potere non tanto con gli altri che lo rivendicano (mafiosi, politici DC, oligopoli finanziari) quanto piuttosto con chi se ne è astenuto: Aldo Moro. La vittima sacrificale offerta sul piatto delle BR per i superiori interessi della nazione. Ecco, io qui ho da avanzare delle critiche... al di là della gestione narrativa di un personaggio come Aldo Moro, una sorta di Grillo Parlante nel film, una vocina della coscienza per il senatore Andreotti, possibile che non esistano elementi di positività nel film? In questo ho colto una certa atmosfera barocca, un gusto per "l'effettone"(il gatto coi due occhi diversi, le formiche sulla mano) e una svista colossale rispetto a valori quali l'integrità e la moralità che almeno -poi occorre vedere nella pratica di governo- sugli scranni parlamentari appartenevano alla desaparecida cultura del Partito Comunista (Berlinguer ti voglio tantissimo bene!). In altre parole manca il punto di vista altro, una illuminazione in un'atmosfera a volte asfissiante e immendicabile, un senso d'impotenza per l'impossibilità di vedere avversate quelle modalità di sviluppo e di gestione del potere malato alla radice.
Restano due strade per chi esce dalla sala: adagiarsi nel "siamo tutti sotto il cielo,nerissimo" oppure darsi un po' da fare. Speriamo.

Nikokom,
scrivete cosa ne pensate
mi raccomando


domenica 8 giugno 2008

EUROPEI IN CASBAH

Ecco il programma dell'iniziativa per i campionati europei di calcio, a cura del gruppo cineclub.

CINEMA ALLO SPECCHIO

Stasera inizia il nostro nuovo ciclo, cinema allo specchio. Ecco il volantino con il programma.

sabato 7 giugno 2008

Storia del cineclub

Per raccontare la storia del cineclub non si può non fare cenno a quella
del nostro circolo Benedetto Petrone. Il cineforum (perchè anticamente si chiamava così) nasce come progetto già ai tempi in cui la sezione aveva sede a Barivecchia, con proiezioni rigidamente monotematiche: antimafia sociale e documentari sulla Sicilia di Cuffaro. Questi primi tentativi erano affiancati dalla ben più consolidata rassegna "Quelli del cinema" gestita da Michelangelo Fiore e che intersecava a minicicli tematici anche un'attività nelle scuole del quartiere.
Con il trasferimento del circolo al quartiere Madonnella può finalmente ripartire l'iniziativa culturale della sezione. Dalla primavera dello scorso anno, grazie all'impegno di Sergio e alla collaborazione di alcuni coraggiosi pionieri, lanciamo il primo miniciclo da 3 film. Tema le Periferie. L'inizio non è dei migliori. La prima proiezione (L'odio) salta per assenza del pubblico e per qualche problemuccio col videoproiettore. Per fortuna la domenica successiva, l'avvio ufficiale con l'Accattone di Pasolini. Col passare delle domeniche e con l'ingranare delle competenze riscuotiamo sempre di più un buon successo.
A novembre è Filippo a occuparsi del cineforum, che adesso cambia nome in cineclub a segno di un maggior legame con la cultura di sinistra. Cerchiamo di realizzare dei minicicli proposti da tutti i componenti del gruppo.
Questo blog nasce con la speranza di essere una finestra sul cinema e una possibilità per ampliare la partecipazione.