lunedì 9 giugno 2008

Ipotesi di recensione su "Il Divo"


Probabilmente stiamo assistendo ad un passaggio epocale e non ce ne stiamo accorgendo: i nostri figli infatti potrebbero trovarsi tra un po' di tempo a maneggiare come reliquie di cultura alternativa (probabilmente basta anche dire solo cultura), Il Caimano, La Banda della Magliana, Buongiornonotte, Gomorra fino al Divo di Sorrentino "palmato"Cannes,2008 .
Ora devo dirvi a me ha fatto un po' strano il paragone Toni Servillo- Gian Maria Volontè, ma l'ipotesi ha un controcanto quasi allettante; pensare che il cinema parli il lessico di un ritorno alla politica e alla "pesantezza" della denuncia sociale contro l'insostenibile - a tratti- leggerezza di troppe pellicole nostrane(i vari fictionattori buoni per il cinema da telefonino), mi sembra una novità da non sottovalutare.
Innanzitutto inizio mozzafiato: didascalie di presentazione della corrente andreottiana con didascalie alla Sergio Leone(mitiche!!!), montaggio alternato su scene d'azione con movimenti della macchina da presa arditissimi, della serie certe cose non le sanno fare solo gli americani, ma soprattutto della serie non devi andare a vedere per forza Indiana Jones o Iron Man per non avere sempre la sensazione di stare seduto in un cinema.
Il film si presenta alla grande e regge, sopportato da un vigoroso impianto didascalico, il peso di una trama a frangenti difficile nella ricostruzione (sicuramente da rivedere con un esperto di storia della prima repubblica), si sviluppa poi bene e chiude non col botto...ma che ci possiamo fare la storia è andata così!
Più che fissarsi sulla trama ha valore a mio avviso valutare il taglio dato alla figura di Andreotti a metà strada fra biografia intimistica e cronaca, fra macrostoria e microstoria, fra aspirine per emicranie e pallottole per giornalisti. Il divo Giulio gioca la sua partita per il potere non tanto con gli altri che lo rivendicano (mafiosi, politici DC, oligopoli finanziari) quanto piuttosto con chi se ne è astenuto: Aldo Moro. La vittima sacrificale offerta sul piatto delle BR per i superiori interessi della nazione. Ecco, io qui ho da avanzare delle critiche... al di là della gestione narrativa di un personaggio come Aldo Moro, una sorta di Grillo Parlante nel film, una vocina della coscienza per il senatore Andreotti, possibile che non esistano elementi di positività nel film? In questo ho colto una certa atmosfera barocca, un gusto per "l'effettone"(il gatto coi due occhi diversi, le formiche sulla mano) e una svista colossale rispetto a valori quali l'integrità e la moralità che almeno -poi occorre vedere nella pratica di governo- sugli scranni parlamentari appartenevano alla desaparecida cultura del Partito Comunista (Berlinguer ti voglio tantissimo bene!). In altre parole manca il punto di vista altro, una illuminazione in un'atmosfera a volte asfissiante e immendicabile, un senso d'impotenza per l'impossibilità di vedere avversate quelle modalità di sviluppo e di gestione del potere malato alla radice.
Restano due strade per chi esce dalla sala: adagiarsi nel "siamo tutti sotto il cielo,nerissimo" oppure darsi un po' da fare. Speriamo.

Nikokom,
scrivete cosa ne pensate
mi raccomando


3 commenti:

Filippo ha detto...

Il Divo è un film che mi è piaciuto moltissimo: penso anch'io che con questo film si torni a respirare un'aria che non si respirava dai tempi di Francesco Rosi ed Elio Petri nel cinema italiano.
Il film di Sorrentino, oltre ad avere il pregio di essere "politicamente scorretto", ha anche il merito di trattare un argomento quale può essere la vita di Andreotti senza annoiare, ricorrendo ai movimenti spericolati della macchina da presa di cui parlava Nicola, all'atmosfera barocca che non mi è dispiaciuta, alle scene tra il comico e il grottesco nelle quali prende in giro la moglie per la erre moscia, o nelle quali sempre con la moglie vive momenti di romanticismo e si prendono la mano come ragazzini ascoltando Renato Zero in televisione.
In sostanza mi trovo d'accordo con Nicola fatta eccezione solo per la questione della necessità di elementi di positività rappresentati dagli esponenti del PC: nel dopo guerra (ahinoi) in Italia solo la DC ha avuto il privilegio dell'esercizio del potere, per cui l'unica contropartita positiva nel film è stata affidata a Moro, il quale, forse perchè rappresentava una modalità di gestione del potere diversa da quella proposta da Andreotti (e alla quale lui non vede alternativa), turba profondamente il Divo Giulio.

Per concludere avanzo una proposta di ciclo per il prossimo inverno che mi è venuta in mente subito dopo aver visto il film: il tema sarebe il potere; i film: Il divo, Indagine s un cittadino al disopra di ogni sospetto, e il caimano anche se quest'ultimo da vedere (potrebbe esserci di meglio).
Oltre che indurci a una riflessione sul potere, con questo ciclo potremmo anche intavolare una discussione sul discusso parallelismo Servillo-Volontè, o quello tra il cinema politico di Petri e cinema politico di Sorrentino

Nicola Curzio ha detto...

Come è possibile che ci siamo fatti governare da una persona di cui non sappiamo nulla?
Credo sia questa la domanda che si pone Paolo Sorrentino e che pone al centro del suo ultimo film, premiato e celebrato all'ultimo festival di Cannes.
Ciò che mi è piaciuto di quest'opera è sicuramente il suo carattere surreale. L'Andreotti-Belzebù (evidente la citazione di 'nosferatu') è molto più suggestivo e inquietante di qualunque altra sua possibile rappresentazione. Sorrentino preferisce la fantasia e il grottesco alla Elio Petri piuttosto dell'inchiesta alla Ferrara e secondo me è in questo che va premiato. Un personaggio come quello di Andreotti poteva essere portato sullo schermo solo con questa maschera. La sua doppia personalità (presunzioni ovviamente) viene ben rappresentata da due immagini simbolo: il gatto bianco che gli sbarra la strada (una specie di coscienza?) e Totò Rina (the dark side).
Per quanto riguarda poi Aldo Moro mi pare di aver letto da qualche parte che Sorrentino abbia liberamente inventato la battuta che sentiamo ad un certo punto del film: "soffro per Moro". Insomma il caso Moro dovrebbe mostrarci il lato 'umano' del Divo, anche se nei fatti questo lato umano come ci insegna la storia sembra non esserci stato.
Infine volevo proporre un'interpretazione diversa da quella che dà Filippo di una delle scene più forti del film, quella in cui Andreotti e sua moglie Livia tenendosi per mano vedono Renato Zero in tv. Secondo me in quel caso non viene vissuto alcun momento di romanticismo, anzi. In quel momento alla povera Livia viene l'atroce dubbio che nemmeno lei conosca veramente suo marito. Dubbio confermato dal successivo dialogo in cui lei ripete a se stessa (ma come se parlasse a lui che le sta davanti) che non può non conoscere suo marito, non lei.
Insomma Sorrentino (secondo me affascinato e orripilato allo stesso tempo dal Divo Giulio) riesce a portare sullo schermo un personaggio criptico e indecifrabile evitando di ricadere nello sfocato film-inchiesta, cercando in tutti i modi di ravvivare la narrazione con espedienti più o meno apprezzabili, ma realizzando in fin dei conti un'opera nuova e rivoluzionaria, seppur ancora lontana da quel capolavoro che è "Indagini su un cittadino al di sopra di ogni sospetto".
Camaleontico, geniale, incredibile Toni Servillo.

Filippo ha detto...

beh sulla scena di Renato Zero devo dare ragione a Nicola anche perchè mi sono espresso male: l'aspetto che volevo enfatizzare è quello grottesco, non quello romantico che effettivamete non esiste nemmeno